I piccioni di Milano, l’agente di sicurezza e il pennuto dell’aeroporto

La settimana scorsa sono arrivati gli amici polentoni da Milano. Badate bene, insieme ci sfottiamo amichevolmente trattandoci in tutti i modi, di cui gli appellativi “polentoni” e “terroni” sono solo il sunto finale, quello meno popolano. La prima serata insieme l’abbiamo passata a ricordare il mio ultimo viaggio nel capoluogo lombardo, quando le mascherine non esistevano ancora. O meglio esistevano ma le utilizzavano solo i medici negli ospedali. Ma torniamo alla mia “salita a Milano”, come si dice qui in Puglia.

Ahhhh Milano! Città della moda! Città della cotoletta e della cassœula! Ahhhh Milano! Città piena di stranieri di ogni nazionalità. Crocevia di etnie e dei loro usi e costumi. Un giorno qualcuno dovrà spiegarmi il perché e il percome della assoluta noncuranza delle temperature da parte degli stranieri – in infradito e t-shirt di cotone quando fuori ci sono dieci gradi. Ahhhh Milano! Città popolata da piccioni prepotenti che, a quanto pare, fanno il bello e il cattivo tempo nelle piazza gremite di passanti ignari. Il piccione milanese, se si sposta al tuo passaggio, è solo per mostrarti con arroganza che ti ha fatto una cortesia. E zitto un po’!

Duomo di Milano, settembre 2017

Quella domenica sera, per rientrare in Puglia, in aeroporto a Milano – e chi se lo ricorda più com’è fatto un aeroporto?! – mentre svolgevo ordinatamente e in silenzio le procedure di controllo bagagli, uno degli agenti di sicurezza piazzati vicino ai rulli trasportatori chiese ad una signora di aprire, per favore, il suo bagaglio a mano, in quanto i raggi X avevano rilevato uno strano oggetto non identificato e lui era tenuto ad identificarlo. Fin qui, tutto regolare, niente di cui non si era ancora mai sentito parlare in un aeroporto. Presa dalla trafila di faccende da sbrigare prima dell’imbarco – togli la cintura, togli le scarpe, togli la giacca, rimani in mutande perché senza la cintura i pantaloni ti cascano, togli gli spiccioli dalle tasche, infila i copri scarpe usa e getta, esci dallo zaino il materiale elettronico, passa sotto il metal detector, rifai la trafila ché ha preso inspiegabilmente a suonare la colonnina perché ormai non hai nulla addosso – non ho più dato peso alle parole che l’agente di sicurezza aveva rivolto alla signora pronta a rientrare a Bari.

Ad un certo punto però, ho distintamente sentito quello stesso agente rispondere alla sua collega che gli chiedeva di passarle un modulo: “Aspetta un attimo, come faccio?! Non vedi che ho l’uccello in mano?!”. Gente, per quanto io non sia impicciona di natura, immaginatevi la scena e vi prego di credere che oltre a me, nella direzione della voce che aveva appena parlato, si sono girati tutti, non solo io! L’agente ha rivolto lo sguardo verso di me, al limite tra l’imbarazzato e il “non-guardarmi-così-altrimenti-scoppio-a-ridere”. Tra le sue mani teneva un uccello in bronzo di natura non ben identificata – sembrava un pavone con la coda chiusa o un tacchino – grande almeno 50 centimetri con una coda lunga 20. Doveva trattarsi di un soprammobile (signò, ma che davvero?!) che la gentile signora – per privacy la chiamerò Maria – aveva recuperato in qualche mercatino di Milano. Maria aveva pensato bene di riporre il suddetto ninnolo – forse questo non rende abbastanza bene l’idea della grandezza dell’uccello – direttamente in valigia, come nulla fosse.

Alba in aeroporto, ottobre 2019 (ultimo viaggio)

Niente. Da quel momento in poi, caos generale. I presenti sono scoppiati a ridere manco fossimo ad uno show dell’avanspettacolo. L’agente di sicurezza che aveva scoperto l’oggetto misterioso ha potuto liberare un sorriso ed è scappato, ancora con l’uccello in mano, ad imbarcare il pennuto nella stiva.

Insomma, tutto bene quel che finisce bene. Ma, detto questo, signora Maria, lei che si aggira per i mercatini domenicali milanesi, io mi rivolgo a lei e vorrei ribadire il concetto: “Ma che davvero?!”. Passiamo il fatto che l’oggetto in questione poteva essere di dubbia bellezza – i gusti sono gusti e non ci si può soffermare a discuterne – ma con tutte le storie di cui si sente parlare tra terroristi, bombardieri, pazzi squinternati e simili, come le è venuto in mente di infilare nel suo bagaglio a mano un uccello la cui coda in bronzo potrebbe affettare un prosciutto iberico – mi faccia un etto, già che ci siamo – sottile sottile? No dico, questi in aereo non ci fanno salire con acqua o dentifricio, e lei ci prova con un pennuto in bronzo?! Ci vuole coraggio. Oppure incoscienza. Però, signora Maria, un uccello di 50 cm. Eddai!

#tuttacolpadimurphy #ecciao

4 pensieri riguardo “I piccioni di Milano, l’agente di sicurezza e il pennuto dell’aeroporto

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